Luca Dal Pozzolo

Direttore dell'Osservatorio Culturale del Piemonte

Biblioteche e beni culturali: cosa insegna la lezione del Covid

A fronte della domanda su cosa possiamo imparare dall’esperienza del Covid non si può far altro che disporsi in un atteggiamento di attesa vigile e concentrata a discernere i problemi e gli effetti che man mano vanno emergendo: la lezione non è affatto finita e il suono della campanella è di là da venire.

Abbiamo iniziato a censire il danno economico immediato: da subito l’Osservatorio Culturale ha messo in atto un monitoraggio costante dell’evolversi della situazione, arrivando a stimare in Piemonte una perdita del comparto culturale nel primo semestre del 2020 attorno ai 100 milioni di euro, da confrontare con la somma di 250 milioni che rappresenta il totale annuale della spesa in cultura di tutte le istituzioni pubbliche e delle Fondazioni di origine bancaria. In questi primi mesi procederemo alla stima aggiornata su tutto l’anno, confrontando bilanci e fatturati. Ne uscirà un’economia devastata da una scossa prolungata di magnitudine ancora sconosciuta. Non c’è solo da registrare la perdita diretta da mancato incasso di pubblico dovuto al lockdown, ma la messa in crisi del modello economico di sostenibilità delle istituzioni culturali – già precario prima della pandemia – insieme alla perdita di capitale fisso, umano e materiale e agli effetti strutturali di lungo periodo.

Probabilmente ancora più incisivo si rivelerà l’impatto sulle persone, sui loro modi di vita, sulle loro dinamiche d’interazione: emerge con forza la situazione di crisi e il disagio nelle fasce d’età più giovani, dall’età neonatale – fondamentale nell’orientare il resto dell’esistenza – alle fasce scolari e oltre, nelle diverse età della vita.

La drastica e improvvisa decurtazione di opportunità culturali e di socialità strettamente embricate, rappresenta, nel combinato disposto, un mix esplosivo dalla grande potenzialità d’impatto. E in questo ambito, se le biblioteche, grazie al servizio gratuito, appaiono meno esposte economicamente al ridimensionamento dei flussi di entrata, è la riduzione dei loro servizi ad aprire una falla sensibile nel tessuto sociale: il mondo della ricerca e dello studio in difficoltà, le tesi rimandate, i dottorati sospesi, ma anche le migliaia di studenti che usavano la biblioteca come spazio di studio e di concentrazione non disponibile nelle proprie abitazioni, il venir meno del luogo dove avvicinarsi alla digital literacy, alle culture locali e costruire nuove cittadinanze, le stanze dove esercitare la passione della lettura per contrastare i deficit cognitivi e per promuovere un invecchiamento attivo, il luogo di meditazione protetto dove ritrovarsi al centro del proprio pantheon immaginario; una quantità di attività, di supporti, di opportunità la cui mancanza cresce in proporzione diretta al periodo di attività ridotta. A ciò si aggiunga che il perdurare della situazione di crisi sta producendo profondi cambiamenti nel comportamento quotidiano, accumulando per molte persone timori e paure nei confronti dell’interazione dal vivo e della riduzione della distanza interpersonale, anche in condizioni di minor rischio, e contemporaneamente, produce per altri l’abbandono di qualsiasi cautela e l’esplosione di fenomeni di intolleranza alle restrizioni.

Tutto ciò configura uno scenario di tempi lunghi nei quali ritrovare nuovi indispensabili equilibri, necessariamente provvisori e contingenti, ma orientati da una strategia ispirata al recupero di una ineludibile socialità e di un utilizzo ricco di servizi culturali; è in questo dominio che le biblioteche si trovano sul fronte avanzato del dialogo con la cittadinanza.

Ora è chiaro che non si tratti più di una sospensione momentanea, di un sacrificio temporalmente contenuto, ma di un processo che si prolungherà nel tempo con diverse intensità, si spera calanti, ma con impatti ed effetti di lungo periodo. In questo quadro la capacità delle istituzioni culturali e delle biblioteche di ricucire le lacerazioni sociali, di offrire quadri di senso e di interpretazione della crisi, di fornire occasioni di benessere e consolazione, non è più rimandabile nella sua urgenza.

Forse la prima e più basilare lezione che gli impatti del Covid ci stanno impartendo consiste nell’evidenziare come l’accesso ai servizi culturali sia da considerarsi un bene primario, essenziale e salvavita. Senz’acqua si può resistere qualche giorno, senza cibo un paio di settimane, senza una cultura incarnata in una dimensione sociale una collettività può resistere qualche mese, prima di evidenziare fenomeni di degrado e di depauperazione che mettono a serio rischio la sopravvivenza dei suoi componenti, a partire dai soggetti più fragili.

Più che mai in questo futuro incerto va costruita una dimensione che apra a nuove modalità di socialità e di fruizione culturale capace rifondare il pensiero stesso di sostenibilità, rendendo disponibili gli strumenti di base e i luoghi della conoscenza, fisici e immateriali. È ciò di cui dobbiamo discutere, oggi.

Luca Dal Pozzolo, architetto, è co-fondatore della Fondazione Fitzcarraldo e dal 1998 è direttore dell'Osservatorio Culturale del Piemonte, ha insegnato in numerose università italiane e all’estero, insegna Regional Cultural Policies nel corso di laurea magistrale internazionale GIOCA della Facoltà di Economia di Bologna, è docente nel Master in Advanced Studies in Cultural Management di Lugano ed è responsabile di un modulo di Museografia in un Master del Politecnico di Torino. Ha coordinato la progettazione di numerosi Musei e beni culturali tra i quali il Polo del ‘900 nei Quartieri Juvarriani. Ha pubblicato numerosi testi sui temi dell’economia della cultura, dei musei e dei beni culturali, tra i quali, per i tipi di Editrice Bibliografica il saggio Patrimonio culturale tra memoria e futuro e nel 2019 Esercizi di sguardo. Cultura e percezione del quotidiano, sempre per Editrice Bibliografica, dove dirige la collana Geografie Culturali.